Cos’è cambiato?

Vi è mai capitato di ritrovarvi nel bel mezzo di un desiderio che si avvera? Voi siete lì, un momento prima nient’altro che la routine e un momento dopo vi stanno chiedendo: se lo vuoi, te lo concedo… dimmi, lo vuoi?
Grande o piccolo che fosse il vostro desiderio sta accadendo e la sensazione che provate è strana, meno magica di quanto vi sareste aspettati. Però sta accadendo ed è tutto quello che conta.

Avevo chiesto un miracolo, una possibilità nel mio precedente post? Bene, eccola: pochi giorni dopo me la ritrovavo tra le mani. Chiedete e vi sarà dato…
È successo esattamente quello che desideravo: abbiamo parlato, io e il mio capo, abbiamo provato a chiarire la situazione, provato a comprenderci. Nuove speranze? Nuove prospettive?

Ora che è accaduto posso arrendermi, ho realizzato l’ultimo mio desiderio, ho provato a fare la differenza, ma non è stato sufficiente. Forse non è sufficiente per me, per la mia vita. Questo tipo di comunicazione non mi basta, questo lavoro mi piace ma sento nuovi orizzonti affacciarsi alla mia coscienza. Non posso rimanere ferma di fronte a nuove emozioni, finirei con il soffocare.

Forse accadrà fra qualche mese, forse l’anno prossimo, ma ad un certo punto dovrò lasciare gli ormeggi e partire, anche se non so ancora cosa mi attenderà. Per il momento si tratta solo di una sensazione e un’intuizione. È uno di quei momenti in cui la riflessione batte l’azione sul piatto della bilancia. È un periodo di chiacchiere interiori.

Ripenso alle mie relazioni, ai desideri, agli obiettivi e a me stessa Mi sento in continuo divenire. Shilin che cresce e cambia. Shilin che si trasforma ancora e ancora.
Ora mi guardo allo specchio ed è come se vedessi un’altra persona rispetto a qualche mese fa. Sempre in bilico tra due mondi, quello in cui giacciono le possibilità e quello in cui tali possibilità possono essere realizzate. Il mondo della mia immaginazione e il mondo “reale”, questo mondo. In bilico e in equilibrio. Con meno paura di cadere, meno paura di fallire.

Cos’è cambiato? La consapevolezza.

Sin da bambina è come se avessi vissuto in prigione, sorvegliata a vista da me stessa.
Guardo alcune vecchie fotografie e mi vedo sorridente, un sorriso dietro le sbarre. Uno sguardo senza luce, una Shilin impaurita dalla vita e incapace di riconoscersi.
Non sapevo chi ero e forse avevo paura di scoprirlo. Mi sentivo schiacciata dalla personalità degli altri perché temevo di averne una mia: magari riservata, magari eccentrica, magari spiacevole.

Cos’è cambiato? Il coraggio.

C’è una nuova Shilin, ma non sento alcun bisogno di presentarla. Un po’ alla volta le concederò sempre più spazio e, finalmente, lo concederò anche a me stessa. Uscirò da quella prigione che ho chiamato casa per tanto tempo. Sta per accadere.
Nel frattempo accetto il fatto che i desideri si realizzano, ma i risultati non sono sempre quelli sperati. L’importante è non rimanerne delusi, ma afferrare l’occasione e non dimenticarsi che, dovunque saremo diretti, solo noi conserviamo la mappa per arrivare a destinazione.

Cinque mesi per realizzare un sogno

Sono trascorsi 5 mesi esatti dall’ultimo post. Forse una coincidenza: non avevo programmato il ritorno di Shilin, non sapevo neppure se un giorno sarebbe tornata a raccontare.
Avevo letteralmente abbandonato questo blog, ogni blog, l’idea di un’introspezione così profonda e oscura. Ma credo si torni sempre là dove il nostro cammino non si è ancora concluso.
Shilin è tornata, una nuova Shilin in realtà. Più tormentata che mai, più serena che mai.

Pochi giorni dopo il risveglio di Shiva, la mia vita ha subito uno scossone improvviso non del tutto inatteso. Non pensavo sarebbe accaduto, ma dubitavo che potesse accadere.

“Hai disatteso le mie aspettative e per questo penso che qui non ci sia più spazio per te.”

… continue reading this entry.

Il risveglio di Shiva

Il tempo passa e capita sempre qualcosa che ci riporta alla coscienza il suo inesorabile scorrere: ciò che è stato, quello che è ora, ciò che forse sarà.
Ci voltiamo indietro e scorgiamo la persona che eravamo, poi riportiamo lo sguardo davanti a noi e ci immaginiamo chi potremmo diventare e per una frazione di secondo siamo allibiti dalla persona che siamo ora. Non lo dico in senso negativo. Potrei dire sorpresi, esterrefatti, sbalorditi, stupiti, sbigottiti. Non lo dico neppure in senso positivo. La sorpresa supera sia il piacere che la tristezza. In quella frazione di secondo ci rendiamo semplicemente conto di essere e di essere quel qualcuno che non eravamo e non potevamo immaginare di essere.
È una scoperta, un incontro a cui non eravamo preparati. La terra ci frana sotto i piedi, barcolliamo tentando di mantenere un equilibrio inevitabilmente precario. Ci rendiamo conto che in mezzo a tutto quel vivere quotidiano, alle relazioni, al lavoro, alla scuola, alla routine, a tutto quello che ci capita e facciamo capitare si situa un’entità incomprensibile, eccentrica e affascinante. Un mistero che ignoriamo con qualche rimpianto. Siamo noi eppure non abbiamo coscienza di quell’essere, esserci.

Tutto ciò che voglio, che vorrei, che desidero e a cui aspiro è un alito di vento paragonato a chi sono e a quello che potrei realizzare.
È buffo che siano sempre gli altri, la loro presenza, il loro esserci a risvegliarmi dal torpore, a risvegliare in me domande assopite e quasi dimenticate. Non è una questione filosofica, ma esistenziale.
Osservo gli altri, li osservo interagire con la mia vita traballante e mi accorgo che per alcuni io sono una roccia. Mi sento una roccia. Forte, intransigente, tenace. Il mio viso parla più di quanto faccia la mia bocca ed esprime sentimenti soffocati dal contesto.
“Non sono d’accordo”, “La penso diversamente”, “Non mi convincerai con la forza”.

Non sono ancora così forte come vorrei, non sono abbastanza lucida per capire come sciogliere tutti i nodi che incontro. Sono tanti e fanno male, occupano pensieri e suscitano dubbi e preoccupazioni in una tranquilla domenica mattina che li vorrebbe scacciare in malo modo.
È il mio tempo, è la mia domenica mattina e qualsiasi problema, dubbio o nodo in cui inciamperò nuovamente domani non dovrebbe riuscire ad avvelenarla. Come fare? Come riuscirci?

Sono arrabbiata, sotto la superficie scorre un fiume di lava, è incandescente, lo soffoco ogni giorno perchè non so cos’altro fare.
Contro l’ignoranza si dovrebbe giocare d’astuzia. Contro la supponenza si dovrebbe usare l’arma dell’intelligenza emotiva. Eppure mi rendo conto che il miglior antidoto a un cocktail di ignoranza e supponenza rimane il fallimento: rendersi conto che le proprie idee sono confutate dalla realtà dell’esperienza, che ci sono altre idee valide anche se non provengono da noi ma da persone che non tenevamo in alcuna considerazione. La strada dell’autoreferenzialità è un vicolo cieco che porta al risentimento e alla solitudine.

Mi chiedo: “Perchè dovrei stare zitta?” Non voglio più tacere. Il silenzio in questo caso è veleno, mi sta trasformando in una persona orribile.
Oggi Shilin è Shiva. Distruttrice e creatrice. Non ho mai compreso così apertamente una parte di me come in questo momento.

Soundtrack: Check the meaning (R. Ashcroft)

Con gli occhi puntati addosso

Mi piace questa foresta, qui sono nessuno e posso concedermi questo lusso senza sensi di colpa né timori.
Ho il dubbio che buona parte dei miei problemi derivino dalla costante impressione di essere giudicata dagli altri: famigliari, amici, conoscenti, estranei. Mi sono sempre sentita come sul patibolo in attesa di un verdetto che avrebbe deciso la mia sorte. In attesa, sempre in attesa di poter vivere. Non so quale sia l’origine di un tale sentimento e ammettere che finora ha condizionato pesantemente la mia vita è piuttosto degradante.  Mi sento un po’ una marionetta nelle mani della mia stessa mente: lei decide cosa posso fare o non fare, cosa dire o non dire. Lei decide e io subisco le sue/mie decisioni da sempre.

Non mi reputo una persona coraggiosa e non perché mi manchi il coraggio ma perché preferisco la non azione anche quando so di danneggiarmi. Il motivo per cui mi comporti così, però, non sono ancora riuscita a comprenderlo. Non è vero e proprio autolesionismo, lo percepisco piuttosto come una gabbia in cui mi sono lasciata rinchiudere senza protestare. Non ho urlato, scalciato, non mi sono ribellata a una mente autoritaria e caparbia. Una mente che però rimane mia nonostante ne parli come se appartenesse a qualcun altro, come se un cervello alieno controllasse la mia volontà impedendomi di prendere decisioni autonome.

Il potere della mente è davvero paradossale alle volte: ci permette di osservare una stessa situazione da diverse angolazioni e fondamentalmente non ce ne impone nessuna. Possiamo sempre decidere quale scegliere, con quale sentirci maggiormente “a casa”.
Finora ho sempre scelto l’angolazione meno confortevole, quella che mi permetteva una ritirata strategica ogniqualvolta il mondo si mostrava troppo interessato a me. Troppi giudizi, troppi occhi puntati su un esserino troppo poco interessante. Che brutta angolazione!

Oggi provo a guardare con occhi diversi e penso: se la mia mente è forte allora significa che io sono forte. Se è stata capace di imporsi per così tanto tempo sulla mia volontà significa che è anche capace di cambiare idea, di rinnovare pensieri e dettare azioni in armonia con il mio spirito. Dipende da me, la mia mente è sempre dipesa da me.
Non sono in balia di qualcosa che non capisco, ma sono l’artefice del suo senso nascosto. Tutto si dipana da me e si concluderà in me.
Se sbaglio sarò contraddetta dall’esperienza, ma non mi schernirò più di fronte a un errore che mi rende finalmente Shilin senza compromessi.

Il giudizio degli altri mi tiene ancora in ostaggio e lo temo come si teme l’arrivo di una frustrata sulla schiena. L’attesa è forse più dolorosa del colpo stesso. Positivo o negativo me ne devo emancipare altrimenti rimarrò schiava di un carceriere silenzioso e impossibile da ingannare.
Quindi mi dico: è tutto nella mia mente. Il giudizio, ma soprattutto la sua supposta importanza. Forza Shilin, ho fiducia in te.

Immagine di Sugeo

Nuove prospettive

Il mio lavoro ricomincia a piacermi, me ne sono resa conto questa sera tornando a casa.
La mattina non era iniziata nel più promettente dei modi: stanchezza, sbuffi di insofferenza, sonno, tanto sonno. Treno in ritardo, un piano di lavoro in cui il tempo è impegnato fino al millesimo di secondo, stress pre-natalizio… poi torno a casa, mi metto comoda, stacco per un attimo la spina dal mondo e penso: “Va bene”.
Che cosa ha determinato un cambiamento così repentino nel mio pensiero? Non provavo più una tale sensazione di appagamento da mesi. Alzarmi per andare al lavoro era ormai diventata una sofferenza, una sorta di tortura psicologica. Non mi piaceva più quello che facevo, non mi sentivo più a mio agio con colleghi e capi, nell’arco di una giornata pensavo perlomeno una decina di volte quanto sarebbe stato bello mollare tutto e potermene rimanere in pace a casa. Utopia? Schizofrenia?
Sono cambiate le circostanze? O sono cambiata io? Forse entrambe le cose, forse avevo bisogno di abituarmi ai cambiamenti e riconoscere il ritmo al quale mi si chiedeva di vivere. Non era questione di far diventare mio uno stile di vita che non mi apparteneva, ma di trovare lo spazio per me stessa all’interno di una nuova dimensione ancora da scoprire.
Quando ci si muove in direzione del proprio obiettivo, allora l’obiettivo si avvicina, è inevitabile.
Ieri pomeriggio ero andata al cinema a vedere “August rush” ed ero uscita dalla sala con un solo pensiero: “Non importa se queste cose non capitano nella vita, oggi voglio credere nella fiaba, ne ho bisogno.” Magia, destino, opportunità, sogni, obiettivi. Il film mi ha colpita soprattutto perché conteneva al suo interno due elementi che per un certo periodo della mia vita sono stati fondamentali: la musica e la luna. Due simboli che rappresentavano ogni mio sogno e desiderio. Sollievo e speranza in un futuro che potevo concretizzare con la buona volontà perché, me lo sentivo, quel futuro era già parte di me.
Il film mi ha riportato indietro nel tempo, a quei sogni, a quando tutto era possibile ed era inevitabile crederci. Ho pensato alla me stessa di adesso e ho provato un po’ di pietà per il pessimismo, l’incapacità di credere in quegli stessi sogni che arricchivano la mia vita.
Per questo motivo non ho dato peso ad alcune cadute di stile nella trama e mi sono lasciata catturare dal pathos, dalla potenziale concretezza di un sogno impossibile.
Non posso più tollerare la preoccupazione di apparire infantile ed eccentrica se finisco con il compromettere tutto ciò che mi risolleva cuore e spirito. Sono la persona che sono e questo dovrebbe rendermi felice, non rattristarmi perché non corrispondo agli schemi degli altri.
E se poi ho trovato delle persone che mi vogliono bene esattamente come sono, di cosa dovrei preoccuparmi? È vero che certe volte il peggior nemico di noi stessi siamo proprio noi: autolesionisti e autodistruttivi.
Basta con pensieri cupi e pessimisti, basta con stupide limitazioni dettate dal buon senso.
Oggi lo dico con la testa, domani spero di dare al pensiero anche un cuore e un’anima tutte sue.
Per adesso però, va bene così.

Un passo avanti, due indietro… prendo la rincorsa

È strano: continuo ad ascoltare lo stesso cd da una settimana, un cd che non volevo neppure farmi prestare. È singolare: manca ancora una settimana alle vacanze natalizie eppure ci sono momenti in cui è come se mi sentissi già in vacanza. È una questione di spirito, di voglia di scherzare, di prendere la vita come viene e di impegnarmi per dare una svolta all’anno che sta per arrivare.
Ci riuscirò? Riuscirò finalmente ad accettare il fatto che devo crescere e considerarmi a tutti gli effetti un membro della società adulta? Non so, certe volte penso che i momenti più belli della mia vita mi siano sempre stati donati dalla parte di me fanciulla e caparbia che non regalava un sorriso neppure alla macchina fotografica.
Mi piace sentir parlare i miei di quando ero piccola, di tutte quelle cose che non ricordo. Dei miei pianti infiniti che per disperazione e ironia furono registrati su cassetta da mio padre (!), dei dispetti e degli atti di altruismo.
Mi piace ricordare i momenti di complicità con mio fratello che dopo anni di silenzio e antipatia reciproca sembrano oggi essere di nuovo possibili. Forse i momenti migliori per comunicare sono quelli dell’infanzia e della maturità.
L’adolescenza è per definizione un periodo di profondo conflitto, ma purtroppo l’età adulta non necessariamente porta con se la maturità e certe volte bisogna aspettare la vecchiaia per imparare a comprendersi.
Ho bisogno di ritrovarmi e per questo ho scelto di ripercorrere i passi della piccola Shilin in questa foresta di pietra, bisogno di allontanarmi da tutti i doveri, le urla, il buon senso di chi vorrebbe dirti come vivere, cosa sognare, chi diventare.
In questo viaggio siamo soli, mi ha detto una cara amica, peccato mi sia accorta solo quest’anno di quanto. Ricordo certi momenti di crisi nei primi anni universitari e ricordo il giorno della laurea: appena un anno fa ero angosciata dalla scrittura della tesi e ora è tutto finito. Ora sono libera, penso, ora è incominciato il grande esame della vita.
E poi ricordo anche di quanto fossi preoccupata dall’idea del lavoro, di fare qualcosa che non avrei amato e che mi avrebbe fatta sentire incompleta. Terrore di rimanere disoccupata con una laurea che mio padre aveva sempre definito inutile. Il prezzo che si paga per le idee che si decide di portare avanti nonostante tutto e tutti è l’esigenza di assumersene la responsabilità. Non potevo esimermi, non questa volta.
Ripercorro i miei passi e sorrido di tutte le incongruenze di cui negli anni mi sono macchiata incolpando paradossalmente gli altri.
Sono io e solo io quella che credeva di poter giungere fin qui e ora che ho tagliato il traguardo mi tiro indietro?! Forse ha ragione chi dice che più del fallimento, è il successo a essere temuto e osteggiato. Non pensavo fosse possibile in quanto ogni mio atto, ogni pensiero e fatica era votato a questo e proprio a questo: alla mia realizzazione personale, come persona e come essere umano. Dentro e fuori, volevo essere un personaggio a tutto tondo e ora che vengo riconosciuta come tale la scoperta è destabilizzante. Dopo tutto questo tempo, inizio a comprendere che forse mi sono impegnata per ottenere qualcosa che non ho mai veramente voluto o pensato di poter ottenere.
“Ehi, hai sentito? Ti ha fatto i complimenti! Ha detto che hai svolto un ottimo lavoro!” Se ho sentito? Sì, ma credo in quelle parole? Le considero importanti? Non ci riesco: tutto quello per cui ho lavorato in questi anni, ora che mi viene concesso quasi lo ignoro. In attesa di un futuro che non arriva mai, è sconcertante riconoscerne i tratti nel presente.
Ora basta Shilin, apri gli occhi, ascolta per l’ennesima volta quella canzone che tanto ti piace e ricorda che le parti migliori di te saranno sempre quelle meno comprese dagli altri.
Ci sto provando, un passo alla volta, una parola dopo l’altra. Sento il bisogno di raccontare, anche solo a me stessa, i tanti capitoli di una storia che ora vorrei far passare inosservata.
Alla fine, neppure nei miei sogni, riesco a zittire la parte più magica e incomprensibile di me stessa. Questa mattina, un attimo prima che suonasse la sveglia, tra le braccia di Orfeo le è capitato di pensare: “Non si diventa la persona che non si è.”
E poi mi sono svegliata.

Mille volte ancora

Non ho mai creduto che il destino fosse stato scritto su qualche pergamena custodita da un bibliotecario distratto. Ancora oggi penso che passato e futuro siano creta nelle nostre mani fallibili e apprendiste. Siamo artisti alle prime armi che fanno del loro meglio per dare forma e grazia a un pezzo di vita anonimo e misterioso.
Non capisco le connessioni dell’esistenza e mai come oggi mi sono sentita lontana dalla comprensione. Eppure ci sono situazioni, momenti che ti guardano dritta in faccia e capisci che stanno parlando proprio a te e sono in attesa di una tua risposta. Ti guardi intorno confusa, cercando un altro interlocutore ma sei l’unica rimasta ad ascoltare.
Parlo di conversazioni tra sconosciuti, parlo di una frase su un libro, di un sogno, il verso di una canzone, attimi che ti stordiscono e di cui temi il contatto.
Capita di incontrare qualcuno la cui presenza è più forte del tempo che passa, capita di strappare stralci di conversazione a chi ignora la tua presenza e pensare: “Queste parole sono anche per me”. Capita di riprendere in mano un libro dell’infanzia e scoprire che quel pezzetto di vita che tanto avevi sognato leggendolo è diventato parte della tua quotidianità. E la scoperta sconcerta e disorienta.
Si parla di coincidenze, di fortuna o sfortuna. Sono giudizi e non spiegano nulla.
Il tempo mi ha insegnato che nella vita le coincidenze non risolvono né complicano, ma insegnano.
Così oggi, nelle parole di un’amica, mi sono sentita chiamare da un passato immemore e ho ricordato parole sottovalutate e mal comprese:

“Il compito della tua vita è quello di imparare cosa sono le responsabilità. Finché non ne diventerai cosciente la tua vita potrebbe essere molto frustrante.”

Il passato tornava per insegnare e offrire un’opportunità al presente.
La Shilin di oggi è stanca, pigra, poco incline all’azione e per nulla assertiva. Non vede un senso, non capisce un futuro che per prima ha sognato. Sono lontani i tempi in cui era lei a trascinare gli altri in un gioco che sfidava le regole della razionalità e le conciliava con quelle dell’immaginazione e dell’intuito. La paura di fallire, di credere senza prove né dati di fatto ha mietuto vittime illustri, perché si sarebbe dovuta fermare di fronte a una volontà vacillante e immatura?
Sarà anche stato uno sciocco libro per anime ingenue, ma oggi il compito di una vita si è trasformato nel compito per la vita: mi trovo di fronte a un bivio e le parole di carta e inchiostro hanno assunto forma e suono. Ora sono le parole di un’amica, gli sguardi di altri viandanti che mi domandano: “Dove sei diretta? Vuoi far parte della nostra carovana? Perché non ti unisci a noi?”
Li guardo a mia volta e comprendo di non aver alcuna giustificazione né per l’indecisione né per l’indolenza.
“Prenditi le tue responsabilità. Sii te stessa. Dai voce ai tuoi pensieri e non temere i tuoi sogni”.
Certe volte penso che le difficoltà fossero sempre state un buon alibi per non muovere neppure un passo nella direzione della realizzazione personale. Ora che i miei meriti vengono riconosciuti sono spaesata e incapace di reagire.
Ho bisogno di recuperare me stessa e questo implica anche caratteristiche che un tempo mi fecero apparire strana, eccentrica, incomprensibile e assurda.
Eppure non c’è un’altra strada, non c’è un’altra Shilin. Del gruppo, sono la custode del passato e conservo le connessioni invisibili nel presente. Se le perdo perderò il mio futuro e di questo so che non potrei perdonarmi. Neppure rinascessi mille volte.

If I have understood correctly
Velocity equals the distance traveled
divided by time
I’ve read every word ever printed
on quantum physics
And now it is time to try
D. Hayes

Riscrivere il futuro

Il giorno passò e il sogno rimase. Un giorno simile a molti altri, l’antica sfida da accettare.
Quest’anno le settimane sono scivolate e siamo infine giunti a dicembre, un mese che accolgo con un sospiro di sollievo nella speranza che il prossimo anno sia diverso, migliore.
Vivo in attesa del Natale, delle vacanze, della magia natalizia. Quest’anno la sento vicina, è nell’aria e mi chiama. È di nuovo come quando ero bambina e attendevo l’arrivo di un Babbo Natale immaginario scrivendogli una letterina in cui potevo esprimere sogni e desideri, aspettative e speranze. La magia mi rendeva magica, mi sentivo speciale. Camminare sotto la neve nel silenzio attutito del mondo che dorme. Respirare il profumo di giorni pazzi e straordinari. Ricordare le possibilità infinite di ogni nuovo inizio senza paure e dubbi.
Era tutto possibile, era tutto a un passo dall’essere afferrato. Mi guardava sorridendo e mi rassicurava: sarebbe andato tutto bene. Era la magia di chi non si sente solo, di chi vive nella certezza di esserci e non dubita delle proprie sensazioni.
Oggi mi sento di nuovo così e non so se è un bene o un male. Ho paura del baratro a cui sono scampata, ancora lo guardo incapace di credere di esserne fuori.
Ci sono giorni come questo in cui la magia è più forte di qualunque altra cosa. Giorni come questo sono la mia ragione di vita, la mia speranza di un futuro che attende con pazienza nel mio cuore.
Sono i miei giorni, quelli in cui Shilin è Shilin e basta.
Non corro da nessuna parte e non temo l’attesa perché il senso del tempo mi è accanto e guida i miei passi. Sono ancora sola eppure non lo sono mai stata.
L’unica differenza tra ieri e oggi è la consapevolezza di non appartenere al mio passato, ne sono una semplice testimone. Il passato è la mia ricchezza, il dono che mi è stato concesso per riscrivere il futuro. Il nostro futuro.

Sogni in revisione

Domani cade una di quelle date che gli eventi hanno cerchiato in rosso sul mio calendario personale. Gli anni scorrono indifferenti, ma inevitabilmente inciampano in quei cerchietti rossi sparsi qua e là nella memoria.

Domani ricordo uno dei giorni memorabili della mia vita, il giorno in cui i miei sogni adolescenziali presero forma e, per la prima volta, mi mostrarono la distanza che ci separava.
Io laggiù distaccata e intimorita, loro lassù lontani e inafferrabili.

Oggi ripenso a quel fatidico giorno di parecchi anni fa e mi riscopro giovane Shilin impreparata a credere in sogni così grandi e apparentemente fuori dalla sua portata.
Giovane Shilin che avrebbe rinunciato, si sarebbe ritratta alla vista e avrebbe ceduto i suoi sogni al miglior offerente.

Tempo dopo la vita l’avrebbe riportata nello stesso luogo e quel lassù così lontano e inafferrabile sarebbe diventato il “suo” lassù. Si sarebbe rivista inconsapevole Shilin e si sarebbe chiesta: “Che cosa ci faccio io qui? Come ci sono arrivata? Cosa significa?”

Il momento era ormai passato, ma lei non poteva ignorare l’ironia del destino che tanto tempo dopo l’aveva condotta proprio là dove pensava non avrebbe mai potuto giungere.

Domani ricordo la giovane Shilin e nel frastuono della quotidianità le concedo un nuovo momento per sognare.
Per quanto stupidi e grandiosi, i nostri sogni sono una delle parti migliori di noi e il mio più grande rammarico oggi è proprio quello di non aver avuto abbastanza coraggio per crederci.

Ricordo l’adolescente sognatrice di terre lontane, curiosa e magicamente convinta di essere nata per realizzare un obiettivo importante. Ricordo quella buffa creatura gioiosa e malinconica, testarda e insicura con il rimpianto di chi non ha saputo proteggerla e ha permesso il suo lento assassinio.

La Shilin di oggi non è né migliore né peggiore rispetto a quella di ieri, ma è molto più infelice, vittima di una tristezza irrazionale, una di quelle tristezze che si manifestano solo quando i motivi per provarla sono ridotti al minimo.
L’infelicità di chi non ha nulla e vive nella speranza di un domani migliore è pragmatica, tangibile, razionale, riducibile.
L’infelicità di chi ha ottenuto ciò a cui aspirava è irrazionale, oscura, asfissiante, incontrollabile. Si dice sia l’infelicità dell’egoista, dell’insoddisfatto. Io penso sia piuttosto l’infelicità di chi scopre di essersi compromesso troppo per raggiungere obiettivi che si sono infine dimostrati inadatti alla sua natura.

Non volevo essere questa persona, non avrei voluto scappare, nascondermi, inveire contro i miei sogni e le persone che ne facevano parte.
Non mi sarei piaciuta se mi fosse stato detto chi sarei diventata. Forse, scopro ora, se mi fossi veramente amata sin dall’inizio non avrei accettato di compromettere né sogni né verità personali.

Il tempo per cambiare, però, non giunge mai a sproposito e domani potrebbe essere il mio.
Mi sento pronta. Ho bisogno di cambiare, di rivedere i compromessi, di riscoprire i grandi sogni negati e di considerare obiettivamente le mie attuali possibilità di realizzarli. Nonché quelle future.

Piacere, io sono Shilin

Una tranquilla domenica trascorsa in casa a leggere, pensare, stirare e guardare un cartone animato in tv. In ricordo di tempi più semplici, di quei tempi che diventano semplici quando ormai sono passati e sai che non torneranno più.
Ho bisogno di starmene per conto mio e dedicarmi un po’ di attenzione. Gli altri sono usciti e posso permettermi di coccolare la mia parte bambina senza sentirmi né infantile né stupida. Non sempre le cose che ti fanno stare bene sono anche quelle che ti faranno amare.

È un periodo di introspezione e silenzio, un periodo in cui chiudo il clamore del mondo fuori dalla porta e recupero l’antico rapporto d’amicizia con me stessa.
Ripenso alla corsa disperata che ho intrapreso per non essere distanziata: le forzature, le delusioni, la stanchezza e la depressione. Ripenso al momento in cui mi sono accorta di aver staccato tutti e di essermi gettata in un’infelice corsa contro il tempo.
Sentivo mille voci intorno a me: più forte, più veloce, più determinata, più sicura, più brillante. Erano le voci che scandivano un’andatura non mia, che acceleravano il battito del mio cuore finché ho sentito il contraccolpo. Un dolore terribile, mentale, oscuro, irrazionale: l’angoscia di proseguire il cammino, di ritrovarsi senza una meta, incapaci di riconoscere i propri pensieri e sentimenti.

Mi sono fermata. Tutt’intorno è buio e sento le lacrime chiedere perdono. Non mi ero accorta, non pensavo di essermi spinta tanto oltre da infrangere una promessa, l’unica per cui sarebbe valsa la pena sacrificarsi. L’avevo fatta a me stessa, mi ero detta che sarei stata felice, che non avrei commesso gli stessi errori, non avrei voltato le spalle alle stesse cose importanti.
Ripenso a come mi vedevo da bambina e ricordo solo un ritmo del cuore: non c’erano mete fisse né aspirazioni a lungo termine, c’era un unico infinito presente di cui sarei stata la protagonista.

Ho scordato il ritmo quando ho iniziato a correre: ero in ritardo, non ce l’avrei mai fatta, sarei rimasta sola, avrei finito per l’accettare spiacevoli compromessi. Dovevo lottare per essere felice, per far andare le cose nel modo giusto, per assicurarmi delle opportunità.
Ho corso e corso e corso e quando sono rimasta senza fiato ho capito che sarebbe anche potuto finire tutto in quel momento e non me ne sarebbe importato nulla. Non c’ero più, non esisteva una direzione e quel battito affannato del cuore non era il mio, non lo riconoscevo.

Mi sono seduta sul ciglio della strada e ora spero di passare inosservata. Mi guardo la punta delle scarpe e chiedo: “Dove siete dirette?” Poso una mano all’altezza del cuore, la sento alzarsi e abbassarsi e domando: “Per cosa batti? Quale desiderio ti mantiene in vita?”
Scorgo il mio riflesso in una timida pozzanghera sfuggita al sole e sono affamata di verità: “Sei sempre la stessa persona? Da quanto tempo non parliamo noi due?”

Shilin, la foresta di pietra, si è risvegliata nel cuore di una notte senza luna e si è sentita smarrita nell’immensità di se stessa.
Cerca la propria identità a sud delle nuvole, là dove le hanno sussurrato che i sogni si svelano ai sognatori.

Piacere, io sono Shilin e questo è il mio racconto. Tutto in divenire.

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